Gli argomenti di questo articolo
1. Premessa
All’oggi, l’argomento previdenza o pensioni, rientra in uno scenario molto complesso e delicato.
Premetto una nota di riflessione. La composizione demografica della popolazione italiana sta implodendo al ritmo di 200.000 nati in meno all’anno rispetto ad un minimo di nuove nascite utili allo sviluppo economico-sociale di un paese.
In questo articolo proviamo a scoprire quali potrebbero essere le cause plausibili di tale contesto.
Entro il 2030, la percentuale di persone con più di 65 anni raggiungerà il 30% degli italiani. Questo in sé non sarebbe un segnale di pericolo, se non fosse che già oggi gli individui in pensione superano numericamente il numero di lavoratori attivi, sollevando un gap negativo generazionale a supporto delle risorse nel settore pensione che richiede una soluzione rapida.
Le ragioni dietro la diminuzione di lavoratori attivi rispetto ai pensionati in Italia sono complesse e non saranno affrontate in tale contesto. Tuttavia, è importante sottolineare che non sono ancora state realizzate sufficienti azioni concrete per risolverle.
Proviamo ad analizzare alcuni punti quali possibili cause o perlomeno eventi scatenanti la formazione di un tale problema sociale a fronte di un debito pubblico tra i più elevati al mondo.
2. Il contesto sociale dell’Italia negli anni ’30/40 e alla fine del secondo conflitto mondiale
Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, tra i militari sopravvissuti, un certo numero fu inabile al lavoro a causa delle ferite di guerra. Il governo si mosse elargendo a loro favore la “Pensione di guerra”.
A prescindere dall’assoluta approvazione sociale e morale di quel provvedimento, la spesa fu finanziata da entrate estranee alla contribuzione lavorativa, dunque rappresentò già alla sua origine, un onere a carico dello Stato scollegato dall’attività produttiva del paese.
Negli anni ’30 il quadro produttivo italiano era rappresentato per la stragrande maggioranza dall’agricoltura, dove la famiglia tipica era composta dal capo famiglia impegnato a lavorare la terra e dalla consorte dedita alla crescita della prole, spesso numerosa, da destinare come aiuto di braccia giovani e robuste al lavoro nei campi. Quel contesto famigliare prevedeva che la figura femminile rimanesse estranea al mondo lavorativo. Alla perdita del coniuge però, la moglie rimasta vedova entrava in un grave deficit economico essendo priva di un proprio reddito. Al fine di sopperire a tale mancanza, lo Stato Italiano emanò il regio decreto legge in data 14 aprile 1939-XVII, n. 636 – convertito in legge 6 luglio 1939, n. 1272 – come misura di tutela delle donne che non avessero una pensione propria e che, alla morte del coniuge, restavano prive di un reddito minimo.
Tutt’oggi la pensione di reversibilità è spunto di accese polemiche, soprattutto per discriminazione di genere, ciò dovuto all’attesa di vita più elevata delle donne rispetto agli uomini, oltre a rappresentare un ulteriore onere a carico dello Stato per l’estensione della platea dei beneficiari avvenuta negli anni successivi.
3. Il boom della spesa pensionistica con le “baby pensioni”
Successivamente al boom economico degli anni ’60, nel 1973 furono introdotte dal governo Rumor le c.d. “Baby Pensione” con l’art. 42 del DPR 1092 recante “Approvazione del testo unico delle norme sul trattamento di quiescenza dei dipendenti civili e militari dello Stato”, che consentiva le baby pensioni nell’ impiego pubblico: 14 anni 6 mesi e 1 giorno di contributi per le donne sposate con figli; 20 anni per gli statali; 25 per i dipendenti degli enti locali¹. In quel contesto storico politico, l’elevato numero di dipendenti pubblici era spesso osservato come l’ago della bilancia per smuovere a proprio favore un notevole numero di voti nelle elezioni politiche. La normativa per la pensione agevolata infatti, permise a qualcosa come 400.000 dipendenti pubblici di anticipare l’ingresso alla pensione con meno di 20 anni di attività lavorativa svolta.
Fu una scelta stimolata dal basso debito pubblico di cui l’Italia poteva ancora vantarsi, e da un Prodotto Interno Lordo (PIL) elevato, due fattori considerati pilastri utili a sopperire l’elevato onere sociale richiesto per la copertura finanziaria di quel provvedimento.
Purtroppo, la carente visione politica dimostrata nel medio/lungo termine a favore di uno sviluppo economico-sociale sostenibile del paese e l’alta approvazione popolare perseguita per il breve termine hanno contribuito alla formazione di squilibri sociali oggi difficilmente gestibili.
4. Come funziona il sistema retributivo e contributivo
Un altro punto da evidenziare è il sistema di calcolo delle pensioni in Italia, retributivo fino agli anni ’90, quando si passò al sistema contributivo con la riforma delle pensioni.
Quali sono le differenze tra sistema retributivo e sistema contributivo?
1. Sistema retributivo: la pensione viene calcolata in base alla retribuzione (reddito netto) percepita durante tutta la carriera lavorativa di un individuo, moltiplicata per un coefficiente che teneva conto della durata delle retribuzioni, del loro ammontare e dell’età del lavoratore al momento del pensionamento. In tal modo lo Stato italiano erogava una pensione indipendentemente dall’ammontare dei contributi versati dal lavoratore, un calcolo propenso a favorire tutte quelle categorie di lavoratori con contratti a tempo indeterminato grazie alla costanza dello stipendio spalmata in un arco temporale molto lungo e agli scatti di aumento retributivo, questi ultimi decisivi per ottenere una pensione più corposa.
2. Sistema contributivo: nasce sul principio della solidarietà tra le generazioni e dall’esigenza di rendere più equo e sostenibile l’architettura pensionistica italiana. Principalmente gestito dall’Istituto Nazionale della Previdenza Sociale (INPS), il nuovo sistema calcola le pensioni in base al metodo contributivo, considerando gli anni di contribuzione e l’importo dei contributi versati durante l’intera carriera lavorativa. I contributi sono convogliati in un fondo pensione di categoria, regolamentato per legge (denominato primo pilastro obbligatorio) e gestito da enti pubblici, quali ad esempio l’INPS. Successivamente, l’Istituto di Previdenza Sociale attinge a questo fondo per erogare il reddito sostitutivo o la rata della pensione in base all’ammontare totale dei contributi versati individualmente dai lavoratori e la rendita resa dal fondo stesso ( se positiva) al netto dei costi.
La legge prevede anche contributi volontari (denominati secondo pilastro volontario) sui quali, lo stesso datore di lavoro versa i “contributi datoriali”.
Vediamo le differenze principali di questi due sistemi:
- Sistema retributivo: eroga pensioni pari al 70% e più a favore degli individui in età pensionabile ed è un calcolo definito per norma quindi certo, di spettanza;
- Sistema contributivo: eroga pensioni pari al 50% o meno a favore degli individui in età pensionabile ed è un calcolo incerto e non di spettanza.
Spieghiamo più nel dettaglio questo gap generazionale fondamentale. La differenza tra i due approcci sta nella modalità di calcolo e finanziamento del cedolino della pensione.
Nel sistema retributivo, il valore della pensione è calcolato sulle retribuzioni percepite durante la carriera lavorativa. In questo sistema, gli importi pensionistici sono spesso più alti, in particolare per coloro che hanno percepito retribuzioni elevate o una carriera lavorativa più lunga. È un introito spettante e calcolato con l’applicazione di un coefficiente stabilito per legge.
Nel sistema contributivo, il valore della pensione si fonda sull’ammontare totale dei contributi individuali versati durante l’arco della vita lavorativa. In questo modo, l’importo della pensione è strettamente legato alla somma dei contributi versati e ai rendimenti ottenuti dagli investimenti effettuati con questa somma. A differenza del sistema retributivo, la base di calcolo è notevolmente più modesta, in quanto è rappresentata dai contributi versati piuttosto che dalla retribuzione percepita. Questo diventa particolarmente evidente se l’individuo non ha accumulato un vasto numero di contributi a causa di instabilità contrattuale nel lavoro o se gli investimenti non hanno generato rendimenti sostanziali.
Inoltre, il sistema contributivo è progettato per essere più sostenibile finanziariamente nel lungo termine, dato che gli individui contribuiscono in modo diretto al finanziamento delle proprie pensioni con il versamento dei contributi. Ciò significa che il rischio di sostenibilità del sistema pensionistico è trasferito in gran parte agli individui stessi, a differenza del sistema retributivo dove l’Ente Pubblico garantisce un importo pensionistico certo a prescindere dalle somme dei contributi versate.
È fondamentale sottolineare che l’attuazione di un sistema pensionistico contributivo mira a garantire maggiore equità e sostenibilità del sistema nel lungo periodo. Tuttavia, ciò comporta un costo sociale elevato, poiché pone sulle spalle delle generazioni nate dopo la riforma negli anni ’90 il compito di sostenere, attraverso i loro contributi previdenziali, anche il sistema retributivo, che è molto più oneroso rispetto alle loro future pensioni.
Perchè il sistema retributivo penalizza solo le generazioni successive alla riforma verso il contributivo?
Perchè la pensione viene calcolata per legge e, particolare non trascurabile, spetta quale diritto acquisito. Ciò non avviene per il sistema contributivo. È altresì interessante notare anche, come le difficoltà del contributivo diventano più evidenti quando le casse dello Stato si prosciugano a causa del calo del numero di lavoratori. In tal caso infatti, le risorse disponibili potrebbero non essere sufficienti a coprire le uscite pensionistiche per il principio della solidarietà generazionale: gli individui lavoratori versano contributi a loro volta redistribuiti a favore degli individui entrati in età pensionabile. Per garantire la sostenibilità di questo flusso finanziario è essenziale mantenere un equilibrio tra entrate e uscite.
5. Perchè la spesa per le pensioni è alta
Considerando gli aspetti precedentemente discussi, il complesso sistema italiano delle pensioni può essere analizzato come segue:
L’onere iniziale derivante da:
- Accumulo del debito pensionistico con il sistema adottato per erogare le pensioni di guerra, sostenuto da altre voci di entrata.
- Accumulo del debito con l’erogazione delle pensioni di reversibilità.
- Accumulo del debito dovuto all’anticipata entrata in pensione grazie alla normativa all’epoca soprannominata “baby pensioni”, la cui spesa era un onere assoluto a carico dello Stato.
- Calo demografico con conseguente diminuzione della forza lavoro e minori contributi versati dal sistema produttivo.
- Crisi economiche con aumento della disoccupazione e, di conseguenza, minor numero di lavoratori attivi.
- Alto debito pubblico accumulato dall’Italia dagli anni ‘80 ad oggi.
- L’entrata vigorosa quanto sorprendente dell’Intelligenza Artificiale, forza dirompente sull’assetto lavorativo attuale con proiezioni di aumenti di perdite di lavoro causati dal suo divenire già in atto nella realtà produttiva.
6. Come ridurre la spesa per le pensioni
Una possibile soluzione potrebbe essere una combinazione di diversi approcci:
- Riforma strutturale: un’opzione potrebbe essere una riforma strutturale che renda il sistema pensionistico più sostenibile nel lungo termine. Ciò potrebbe comportare un aumento dell’età pensionabile, l’adeguamento dei criteri di calcolo delle pensioni, l’introduzione di meccanismi di flessibilità nella scelta del momento di uscita dal lavoro e la promozione di sistemi pensionistici complementari.
- Incentivazione all’occupazione: sostenere l’occupazione e l’aumento della partecipazione al mercato del lavoro può contribuire a generare maggiori entrate per il sistema pensionistico. Questo potrebbe essere fatto attraverso politiche attive del lavoro, formazione professionale, sostegno alle imprese e promozione dell’imprenditorialità.
- Investimenti e crescita economica: promuovere politiche che favoriscano gli investimenti e la crescita economica può generare maggiori opportunità di lavoro e un aumento dei contributi al sistema pensionistico. Questo potrebbe includere incentivi fiscali per le imprese, facilitazioni per gli investimenti stranieri, promozione dell’innovazione e dello sviluppo di settori strategici.
- Educazione finanziaria e consapevolezza previdenziale: migliorare l’educazione finanziaria e la consapevolezza previdenziale tra i cittadini può incoraggiare una maggiore pianificazione finanziaria, favorendo in tal modo, il conseguimento di obiettivi reddituali pertinenti ad un adeguato e dignitoso tenore di vita al termine dell’età lavorativa. Ciò potrebbe includere programmi educativi nelle scuole, campagne informative e servizi di consulenza finanziaria accessibili.
- Monitoraggio e adattamento: è fondamentale monitorare costantemente l’andamento del sistema pensionistico, facendo aggiustamenti e adattamenti in base alle sfide demografiche, economiche e sociali. Questo richiede una governance efficace e una collaborazione tra il governo, gli enti previdenziali e gli esperti del settore.
- Riforma dei percorsi di formazione: l’attuale espansione delle intelligenze artificiali generative, spinge all’acquisizione continua di nuove forme di sapere nel campo industriale e produttivo in genere. La scuola deve rivedere i moduli formativi al fine di renderli più “veloci” nei tempi e nei contenuti. L’AI è uno strumento assolutamente dirompente in ogni campo e la sua implementazione nei processi produttivi viaggia a velocità di settimane, assolutamente fuori dalla portata del nostro sistema formativo distribuito in anni. Sembrerà assurdo, ma la riforma più urgente dovrebbe avere inizio dalla Scuola Secondaria per agevolare l’ingresso di lavoratori in grado di offrire skills altamente specializzate e, allo stato attuale, rare e molto richieste.
- Riforma per agevolare l’occupazione femminile: da sempre l’Italia soffre una bassa percentuale di donne lavoratrici, ciò dovuto a molti fattori economici e anche culturali, ma il dato post-pandemico emerso da studi statistici in cui si rileva una regressione dell’occupazione femminile rispetto al dato pre-pandemico deve far riflettere la governance politica attuale.
7. Vantaggi di una pensione complementare
Dopo un’attenta analisi dei numerosi ostacoli che affliggono il sistema pensionistico italiano da diversi decenni, risulta evidente quanto sia estremamente difficile attuare una riforma in grado di offrire un’alternativa valida che vada a prescindere dall’approvazione popolare.
Infatti, il procrastinare di norme strutturali atte alla risoluzione del problema nel medio/lungo periodo, contrastano dinanzi alla variabile attuale del declino demografico che rappresenta un dato tanto allarmante quanto ancora poco considerato.
Un cambiamento auspicabile può essere ampiamente delegato con una virata di 360 gradi dell’approccio mentale al problema sia da parte del cittadino sia da parte dello Stato. Con il sistema retributivo, lo Stato spettava per legge all’individuo un importo certo della pensione . Con il sistema contributivo, invece, il concetto normativo viene radicalmente stravolto. Oggi, lo Stato garantisce solo una pensione sociale minima, mentre la pensione di anzianità viene erogata in base ai contributi versati individualmente, che a loro volta sono soggetti a rischi legati alle problematiche sopra citate oltre al declino demografico già in essere da diversi anni.
La riforma ha segnato un cambio radicale di approccio: dall’assicurare uno specifico importo erogato in età pensionabile da parte dello Stato, si è passati all’individuo che deve garantirsi tale importo.
Questo passaggio storico rende la spettanza della pensione quale diritto “spettante” non più un elemento partecipante nelle decisioni di oggi.
Cosa significa questo?
Significa che è essenziale superare l’approccio assistenziale nei confronti dello Stato. Questa prospettiva ha svolto in modo eccellente il suo ruolo nell’ambito del contesto economico da cui è nata nel secolo scorso. Inizialmente infatti, era essenziale per affrontare le profonde ferite sociali derivanti dalla seconda guerra mondiale. In seguito, ha fornito una certa sicurezza grazie alla crescita economica e all’alta natalità, che rappresentavano i pilastri di supporto del sistema di spesa previdenziale. Tuttavia, questi fattori non sono più replicabili nella situazione attuale, la quale pone invece un onere significativo sul sistema.
Esiste una soluzione efficace al superamento di questo stato di cose un pò preoccupante?
In questo difficile contesto, una valida proposta potrebbe essere rappresentata dalla previdenza complementare, soluzione vantaggiosa per entrambe le parti coinvolte. Va sottolineato però, come l’elemento cruciale al fine di un corretto funzionamento di siffatta proposta sia l’assunzione di iniziative tempestive: più precocemente si aderisce a un piano di pensione complementare, maggiore sarà la sicurezza delle risorse garantite. Questo può essere ottenuto mediante versamenti periodici e costanti, anche di importi minimi, nel corso di un periodo di tempo significativo. Ciò permette ai rendimenti di essere reinvestiti, sfruttando il principio dell’interesse composto.
Inoltre, nell’attuale economia globale, l’individuo può usufruire di strumenti finanziari notevolmente evoluti e di facile accesso. Il mercato internazionale infatti, offre molte opportunità, risultando tale approccio vantaggioso in quanto già predisposto ad ottenere risultati certi nel medio/lungo periodo, anziché delegare la scelta all’incertezza assistenziale di uno Stato italiano estremamente indebitato e ad una realtà sociale estremamente instabile.
In definitiva, la sostenibilità del sistema pensionistico richiede un approccio olistico e una combinazione di soluzioni. È un processo complesso che richiede una valutazione accurata delle diverse variabili e una pianificazione a lungo termine.
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